Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Effetto Trump: si torna al voto

Michele Cucuzza
  • a
  • a
  • a

Promemoria sugli Stati Uniti e qualche confronto con l'Italia, dopo le primarie del “supermartedì” che hanno visto vincere la democratica Clinton e il repubblicano Trump, considerati a questo punto i probabili rivali che si contenderanno la poltrona di 45.mo presidente. Un aiuto prezioso arriva dal blogger, giornalista e scrittore Mauro della Porta Raffo (elezioniusa.it) che conosce a fondo la realtà americana. Quello di martedì è stato quasi un sondaggio generale dell'umore degli elettori: “con risultati per i vincitori inferiori alle attese. Trump avrebbe dovuto prevalere in tutti gli stati, tranne il Texas, dove il rivale repubblicano Cruz è senatore: invece ne ha portati a casa 7 su 12. Non è stato un colpo da ko nemmeno per la Clinton, che ha vinto anche lei in 7 Stati”. Per noi italiani le primarie americane rappresentano comunque un esercizio di democrazia: “un fatto straordinario, che dura da più di un secolo, pur con i limiti che vedremo tra poco. E' attraverso la scelta popolare che si arriva a decidere chi dovranno essere i due candidati finali. Teniamo presente che il fenomeno Trump e, in parte, anche la candidatura dell'outsider democratico Bernie Sanders quest'anno hanno fatto accorrere alle urne gente che non andava più a votare”. Un miliardario come Trump non fa certo fatica a darsi da fare: 'non c'è dubbio, anche se il finanziamento privato ai candidati non ha restrizioni come una volta. Attraverso i Super PAC, comitati ammessi dalla Corte suprema, non ci sono più limiti per la raccolta dei fondi. E poi i soldi contano relativamente: oltre a Trump, accreditato della disponibilità di 10 miliardi di dollari, quello che aveva raccolto più fondi di tutti (118 milioni di dollari) è stato Jeb Bush, figlio e fratello degli ex presidenti, che però ha dovuto sospendere la corsa alla Casa Bianca per il costante declino nei sondaggi'. Dalle nostre parti periodicamente si invoca una legge che regolamenti le primarie. “Negli Usa non c'è una norma federale che le impone: sono previste da leggi emanate dai diversi stati, con i regolamenti concordati con i partiti per stabilire, ad esempio, se devono essere aperte ( dove può partecipare chiunque, purché sia iscritto alle liste elettorali, un obbligo dai 18 anni ) oppure chiuse (con la sola partecipazione di chi, iscrivendosi alle liste, ha dichiarato di voler votare per quel partito)”. Ci sono anche i caucus: “una decina, il più noto è quello dell'Iowa, che apre la campagna elettorale. Sono votazioni degli attivisti di partito piuttosto folkloristiche, in questi grandi saloni dove ci si disputa il candidato da presentare”. Regge tutto questo nell'era di nostra signora tv? “Non c'è dubbio che sono ormai le grandi sfide televisive a determinare l'orientamento dei partecipanti alle primarie. Uno come Abramo Lincoln, oggi, sarebbe eliminato al primo dibattito: faceva ragionamenti lunghi ed era bruttissimo. Questo è il grande problema della democrazia televisiva”. Eppure il successo di Trump non è solo mediatico: 'infatti ha riportato al voto i repubblicani antisistema, quelli che contestano l'ingerenza del governo federale nelle questioni dei singoli stati. E poi il suo punto di forza è l'idea radicale del muro da costruire al confine con il Messico per fermare l'immigrazione clandestina. Ovvio che, avvicinandosi alla nomination, persino lui comincia a frenare nei toni. All'opposto l'ascesa del democratico 74enne Bernie Sanders, rivale di Hillary: da socialista ‘all'europea' introduce i temi dello stato sociale (sanità, scuola) che domineranno in ogni caso la politica futura negli USA. I sondaggi danno comunque favorita la Clinton. “Sarebbe la prima donna presidente degli USA: anche se corre usando esclusivamente il cognome del marito, mai il suo da nubile, Rodham. Sulla linea di Obama, rappresenta l'establishment democratico favorevole all'interventismo statale, non ha bisogno di esporsi più di tanto”. Vedremo. Prossimo appuntamento il 15, in Florida.