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Poca crescita e troppe tasse

Michele Cucuzza
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“Le tasse locali al Sud più alte del 4% rispetto al Nord, con lo stesso differenziale che c'è tra Italia e Germania? E' l'ennesima drammatica conferma indiretta che nel Mezzogiorno continua a esserci uno sviluppo economico nettamente inferiore rispetto al resto del paese: per mantenere i servizi essenziali un'economia più povera chiede più soldi ai cittadini. Un andamento complicato dal sempre minore trasferimento di fondi dallo stato alle regioni”. E' amara la constatazione del prof. Enzo Maiorana, meridionalista, suggeritagli dalla lettura del rapporto della Confcommercio che segnala un impressionante aumento delle tasse locali negli ultimi 20 anni (siamo arrivati a 4 mila euro l'anno per famiglia), con il mezzogiorno maggiormente penalizzato assieme a Roma. Tutto questo mentre il tasso di fecondità al Sud, secondo una ricerca della Svimez, è sceso nel 2014 (174 mila nuovi nati) al valore più basso dall'Unità dall'unità d'Italia: “L'economia del Sud, già condizionata da una scarsa competitività perché carente in servizi e infrastrutture e con un più alto livello di disoccupazione” ragiona Maiorana “viene ulteriormente frenata dal drenaggio causato dalle tasse locali che frena la domanda interna, allontanando la crescita e avvitandosi nella recessione”. Ma non c'è solo l'aumento del divario Nord-Sud: è tutta l'economia italiana che ha rallentato la crescita nel quarto trimestre dell'anno, con un PIL a +0,1, peggior dato dell'anno, inferiore alle attese anche se conferma l'uscita dalla recessione. Se a questo aggiungiamo la frenata della Cina e di altri paesi emergenti, il crollo del prezzo del petrolio e le borse in un inarrestabile otto volante torna a farsi sentire il timore di un ritorno della crisi. “La preoccupazione è fondata”, è la risposta di Maiorana. “Le fortissime turbolenze nelle borse sono derivate soprattutto dalla riduzione della crescita economica mondiale, che spinge gli investitori a vendere. Ma il problema vero è un altro: la speculazione finanziaria ha preso il sopravvento sull'economia reale. Lo abbiamo verificato sulla nostra pelle già 8 anni fa: la bolla dei mutui tossici ha finito per devastare le stesse banche, costringendole ad azzerare i crediti alle imprese e producendo i danni gravissimi a investimenti e occupazione che conosciamo”. Intanto, nell'economia europea, la parola più controversa è diventata la flessibilità, quella che ha portato anche all'acceso scambio a Montecitorio tra il premier Renzi e Mario Monti: “Gli accordi presi nell'Unione in nome dell'austerità prevedono non solo la riduzione del debito pubblico (che in Italia è altissimo) ma anche il contenimento dei disavanzo annuale di bilancio. Il presidente del consiglio chiede a Bruxelles uno sforamento dello 0,2%, all'incirca 3500 miliardi, per disporre di maggiori risorse per rilanciare l'economia. Di qui il braccio di ferro con l'Europa e le polemiche che ne derivano. In realtà si tratta di cifre relativamente modeste che non garantiscono di per sé la crescita: per aumentare gli investimenti si dovrebbe puntare di più sul taglio agli sprechi (la famosa spending review che ha evidenziato decine di migliaia di miliardi di spese ingiustificate) e sull'aumento della produttività. Senza dimenticare che la Corte dei conti ha stimato in 60 miliardi il costo annuo della corruzione”. E per il Mezzogiorno, che fare? “Eccoci al grave problema del taglio dei fondi destinati alle regioni meridionali, già penalizzate da una bassa crescita. Si dovrebbe invece puntare anzitutto sugli investimenti per le infrastrutture e i servizi , senza i quali a nessuno conviene creare un'azienda nel Sud. Pensiamo all'autostrada più importante della Sicilia, la Palermo-Catania: è caduto un ponte e da un anno e mezzo non è più percorribile, bisogna cavarsela percorrendo strade collaterali: un disagio grave che spinge in su i costi della produzione. Altra priorità: garantire vantaggi economici per chi crea imprese e assume mano d'opera nel Sud”. [email protected]