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L'esercito a Napoli

Michele Cucuzza
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“Se manderemo l'esercito a Napoli, dopo uno-due mesi che succederà? I camorristi giovanissimi che insanguinano le strade non spareranno più? Non credo. E, nel frattempo avremo risolto il problema della disoccupazione? Della dispersione scolastica? Avremo dato strumenti e conoscenze ai giovani per lavorare onestamente e non finire intrappolati nel welfare criminale della camorra che, con i soldi facili della droga e degli altri introiti dell'economia illegale, garantisce ai ragazzi macchine potenti e vestiti griffati?”. Domande addolorate e polemiche che arrivano da Ponticelli, uno dei quartieri del capoluogo campano teatro degli agguati che hanno messo in allarme il paese, poste da Apostolos Paipas, presidente dell'associazione dei giovani ingegneri di Napoli, 'un cittadino' come preferisce definirsi 'che opera da sempre nel sociale, come centinaia di altri giovani che hanno fondato associazioni che da anni si danno da fare nelle zone difficili della città'. Paipas ha scritto con questi toni una lettera aperta alle istituzioni, rivendicando l'impegno di tanti napoletani come lui che “hanno accettato la sfida e non mollano” perché le cose nella loro città possano cambiare davvero. A noi conferma la richiesta di un impegno della classe dirigente che vada oltre l'ennesimo 'grido d'allarme'. A cominciare dal sostegno pieno alle forze di polizia e al loro impegno per fermare la violenza, rimarcando che “la repressione può essere efficace a condizione che l'azione sul territorio sia costante, non solo quando ci sono le emergenze: occorre un piano strategico per Napoli, una vision che - contrastando l'abbandono delle aule da parte dei ragazzi e sostenendo chi si muove per creare posti di lavoro - faccia sentire il cittadino parte di un progetto, di una rete che mette in collegamento tutte le opportunità: è il filo diretto, continuo, tra famiglie, scuola, professionisti, associazioni di categoria, forze dell'ordine e istituzioni l'unico che può creare le condizioni per contrastare con successo la rete criminale”. Perché, tiene a sottolineare Paipas, le associazioni che operano sul territorio fanno molto e da anni: la loro voce però non è presa nella dovuta considerazione. “Ci sono eccellenze che non sono messe in risalto, anche dai mezzi di informazione: docenti, commercianti, artigiani, professionisti, gente comune coinvolta in iniziative benefiche e sociali solo da chi fa parte delle organizzazioni attive sul territorio”. Di conseguenza, eccoper Paipas l'altro nodo: quello della presunta omertà che la farebbe da padrona da Secondigliano a Scampia. “Si dice che il cittadino non collabora. Ma chiedo: le tante persone perbene che vivono nei quartieri difficili sono veramente tutelate? O la loro paura non nasce proprio dalla constatazione che nelle zone più a rischio lo stato interviene solo dopo l'ennesima emergenza?”. Il coraggio, invece, non manca: a chi, ad esempio, si impegna per creare nuovi posti di lavoro, a cominciare dalle piccole e medie imprese: “Ce ne sono, più di quanto si creda. A loro andrebbero garantite costantemente sicurezza e sostegno delle istituzioni: devono avere tutte le condizioni necessarie per poter lavorare serenamente e proporsi come polo di attrazione per i giovani che altrimenti non vedono alternative all'offerta redditizia della camorra. Si deve poter opporre un welfare sano a quello criminale dei clan. Solo un impegno di questo tipo, accompagnato da un'azione continua e non sporadica delle istituzioni e dello stato, può spingere al necessario rinnovamento del senso comune, quella 'rivoluzione culturale' secondo la quale 'quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la biro in mano, l'uomo con la pistola è un uomo morto”. “Se la Apple,” conclude Paipas “annuncia che farà a Napoli il primo investimento nel nostro paese, rimaniamo tutti sbalorditi. La guerra contro la camorra sarà vinta quando potremo considerare normale e non più straordinario un fatto positivo come questo”. [email protected]