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Grazie al cielo

Michele Cucuzza
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Grazie al cielo, non tutti i migranti non accompagnati, tra i 13 e i 17 anni, svaniscono nel nulla, come i seimila ragazzini arrivati in Italia, in fuga da Eritrea, Somalia, Egitto, Afghanistan, dei quali - secondo la denuncia di Save the children - si sono perdute le tracce. Grazie al cielo ci sono quelli che ce l'hanno fatta, come Tamin, afghano ventitreenne arrivato in Italia dopo un'incredibile fuga: dal 2009, con un regolare documento di identità, lavora come portabagagli in un albergo di Roma e vive - con amici - in una casa in affitto. I suoi ricordi d'infanzia a Baghlan, la città settentrionale dell'Afghanistan dove è nato e viveva con la famiglia di etnia tagika, sono vaghi: l'unica immagine nitida è quella della morte del padre, assassinato a freddo da uomini piombati in casa di notte, armati di kalashnikov e di “barchà”, lunghi coltelli affilati: talebani pashtun, è convinto Tamin, all'epoca poco più di un bambino, che avevano ormai conquistato quasi tutto il paese dopo la fuga dei sovietici. “Evidentemente - racconta nel suo buon italiano - non hanno perdonato a mio padre, un pacifico negoziante di vernici, nemmeno la semplice amicizia con dei mujahidin loro rivali”. Anche uno dei fratelli di Tamin, Mirwais, interprete dei militari americani arrivati dopo l'11 settembre, sarebbe stato ucciso qualche tempo dopo dai talebani, a soli 22 anni. “Troppe sofferenze, troppa paura, per continuare a vivere così. Impossibile rimanere ancora”, ricorda turbato. Fuggono in cinque: ci sono anche la madre e gli altri tre fratelli. Prima destinazione Peshawar, in Pakistan, poco distante dal confine. Da lì la madre cerca di farlo arrivare in aereo a Londra: la 'missione' fallisce allo scalo di Dubai, dove Tamin, cui è stato dato un passaporto falso, è individuato e rispedito indietro dalla polizia di frontiera. Il soggiorno a Peshawar si protrae: “All'incirca un paio d'anni'”, ricorda Tamin senza riuscire a essere più preciso, “ma il nostro desiderio di allontanarci da quelle terre che non ci offrivano prospettive era sempre forte”. Ed ecco l'idea della strada alternativa, via terra, quella che nel tratto finale è percorsa ancora oggi da migliaia di profughi: dal Pakistan attraversare l'Iran fino ad arrivare in Turchia, quindi approdare in Grecia navigando l'Egeo, per giungere finalmente in Italia, un modo per avvicinarsi alla Gran Bretagna che rimaneva ancora l'ideale destinazione finale. Un viaggio defatigante, costoso (10 mila dollari consegnati a una “guida”) che, al colmo del dolore, il giovane avrebbe fatto da solo, lasciando la madre in Pakistan, nella speranza di ritrovarla un giorno, insieme ai fratelli: “Una decisione terribile”, ricorda Tamin, “ma l'unica possibile: dividendoci sarebbe stato più sicuro percorrere quella distanza immensa”. Ed ecco l'alternarsi di lunghe marce a piedi a tratti in auto o in pullman: Tamin racconta di un'organizzazione di trafficanti molto estesa che lo ha condotto , insieme con una quindicina di persone, per strade di montagna, al freddo, a volte senza acqua né cibo, prima a Teheran poi attraverso il Kurdistan fino alla periferia di Istanbul: marce clandestine di settimane, quasi sempre di notte, soste in rifugi improvvisati, tra paura e disperazione. Sul più classico e inquietante dei gommoni, la traversata fino alla Grecia: quindi il viaggio in traghetto verso l'Italia, da clandestino, chiuso in un camion per 60 ore di seguito, nascosto sotto un tappeto di giornali . Tamin, che allora non parlava una parola di italiano, non ricorda nemmeno dove è sbarcato: intercettato dalla polizia, è stato affidato a una comunità di Roma dove, assistito da una psicologa, ha seguito corsi di italiano e di cucina. Con il permesso di soggiorno, è arrivato il lavoro. Le cicatrici di una vita tormentata, il rimpianto per la famiglia distrutta dalla violenza affiorano costantemente. Sono cambiati i progetti: “Non voglio andar via dall'Italia: sogno mia madre con i miei fratelli accanto a me”.