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Pochi ricchi per miliardi di poveri

Michele Cucuzza
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La ricchezza dei 62 miliardari più facoltosi del mondo equivale a quella (si fa per dire) della metà più povera della popolazione mondiale. Sono i dati freschi di una stimata organizzazione non governativa britannica, Oxfam, secondo cui i 62 superricchi sono arrivati a incamerare, da soli, 1760 miliardi di dollari. Al contrario, gli introiti della metà più povera della popolazione globale, 3,6 milioni di persone, sono scesi dal 2010 del 41%, vale a dire di mille miliardi di dollari. Dati aggiornati, dunque, impressionanti. Ma c'è una costante, ancora più agghiacciante, che dura da sempre e cioè che il patrimonio accumulato dall'1 per cento dei più ricchi al mondo supera quello di tutto il rimanente 99 per cento della popolazione globale. Squilibri incredibili di cui ho fatto personalmente esperienza, per la prima volta, a Calcutta nel settembre del 1997 dove ho raccontato, per il Tg2, i funerali di Madre Teresa. Allora l'India non cresceva del 7,5 per cento all'anno, Bombay non si chiamava ancora Mumbai e le economie emergenti venivano brutalmente definite terzo mondo. Ma anche oggi i problemi e le contraddizioni non mancano, in una popolazione di un miliardo e trecento milioni, pari a quella cinese , distribuita su un territorio che è un terzo di quello della Cina, con un reddito pro capite molto basso (1.263 dollari l'anno), oltre a infrastrutture, educazione, sanità inadeguate. L'impatto, allora, è stato straordinariamente forte: era quasi notte, migliaia e migliaia di persone rannicchiate a terra, sui marciapiedi, sopra un cartone, sempre di più man mano che il taxi si avvicinava al quartiere degli hotel internazionali. Anche sul marciapiede del mio albergo ce n'erano a decine, ognuno su un cartone, agghiaccianti simulacri dell'abitazione che non avevano. Non avevo mai visto una desolazione di questo genere: mi hanno spiegato che non si riusciva neanche a calcolare esattamente la popolazione di Calcutta (che oggi conta 5 milioni di abitanti) perché l'indigenza stroncava in continuazione quei derelitti, immediatamente sostituiti da altri, chissà quanti, accorsi a prenderne il posto con il loro cartone. Madre Teresa, mi hanno raccontato, è stata individuata come santa sin da quando aveva cominciato a far trasferire qualcuno dei senza casa nella sua prima capanna, distribuendo un po' di cibo, insegnando le minime pratiche igieniche e, soprattutto, permettendo a chi non ce la faceva di morire sotto un tetto e non per strada: una stanza di quel primo rifugio era riservata ai moribondi. Ho lavorato sotto una cappa nauseabonda di emissioni rilasciate dalle macchine, migliaia di taxi gialli soprattutto, con i clacson sempre suonanti, le macchine scartate dall'America e l'Europa che intanto proclamavano l'impegno per l'ambiente: ogni semaforo rosso era un colpo basso, decine di bambini con il braccio steso a chiedere soldi, la gente che faceva i suoi bisogni in strada, nelle fogne a cielo aperto scavate ai bordi delle carreggiate, dovunque. La consapevolezza del fatto che la miseria coincidesse soprattutto e prima di tutto con l'ingiusta durata breve della vita mi si è scolpita dentro, in uno degli slum della periferia di Calcutta. Mentre camminavo sono stato richiamato da un ragazzino vivacissimo che - attratto dalla telecamera dell'operatore che affiancavo - mi ha invitato a casa e mi ha raccontato i suoi progetti: avrebbe fatto l'interprete e poi, forse, il professore, mi ha detto mentre la madre mi offriva del tè. Era così pieno di entusiasmo: in Occidente - pensavo - sarebbe diventato un docente universitario, un manager, un politico. A Calcutta chissà: mi chiedo sempre se è riuscito a crescere, a realizzare i suoi progetti, se vive ancora. Sarà un caso, adesso Oxfam ci dice che in un altro continente, in Africa, il 30 per cento della ricchezza prodotta vola in conti offshore che sottraggono al fisco, ogni anno, 14 miliardi di dollari: da soli garantirebbero i servizi sanitari sufficienti per salvare 4 milioni di bambini africani. [email protected]