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Il piano diabolico degli assassini è fallito

Michele Cucuzza
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“Il piano diabolico degli assassini è fallito” ha detto ai funerali della povera Valeria Solesin l'esponente dell'Unione delle comunità islamiche italiane Izzedine Elzir, “non sono riusciti a dividerci: questi criminali debbono essere sconfitti dagli stessi musulmani, che sono i primi a pagare”. Non c'è dubbio che, oltre a uccidere e terrorizzarci, i fanatici foreign fighters di Daesh vogliono proprio questo: spingerci a detestare, sospettare di loro, mandare a quel paese tutti i musulmani, a partire dagli immigrati nel nostro paese e, per reazione uguale e contraria, indurli a rispondere con lo stesso rancore. Ecco perché è fondamentale accompagnare le comunità islamiche italiane a una condanna generalizzata, aperta, costante, del terrorismo islamico, a partire dalla considerazione che non stiamo assistendo a uno scontro di religioni ma all'insorgere del peggiore fanatismo di una componente del mondo islamico, che si ispira al wahabismo sunnita, e che ha dichiarato guerra, oltre che all' Occidente, al resto del mondo musulmano: la strage dei poliziotti, martedì in Tunisia, la terza in questo 2015 dopo il Bardo e Sousa - alla quale purtroppo i media hanno prestato scarsa attenzione - costituisce la conferma più lampante. Ma, si è detto, alle manifestazioni dei musulmani contro il terrorismo, sabato scorso a Milano e Roma ('Not in my name'), hanno partecipato in pochi: dov'è l'Islam moderato? si è chiesto qualcuno, non nascondendo una certa soddisfazione. Pioggia a parte, secondo Foad Aodi, presidente delle Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e 'focal point' dell'ONU per l'integrazione, hanno pesato “difetti organizzativi e personalismi tra gli stessi leader musulmani e qualche politico italiano che voleva trasformare l'iniziativa in una specie di investitura . Bisogna fare di più, certo: resta il fatto che per la prima volta i musulmani hanno cominciato a darsi da fare personalmente, mettendoci la faccia”. Mentre il governo punta sulla sicurezza attraverso una nuova rete di telecamere sul territorio, dovremmo aspettarci, a questo punto, un'opera di prevenzione da parte delle stesse comunità islamiche: “sarà il nostro passo successivo” assicura Aodi 'in due direzioni: un intervento sui giovani a rischio, perché - influenzati soprattutto dai siti degli estremisti in rete - non arrivino al punto di non ritorno e, contemporaneamente, la creazione di un albo degli imam che preveda una serie di requisiti, residenza in Italia da più di 5 anni, conoscenza della lingua del nostro paese, diploma di teologia rilasciato da università arabe riconosciute e frequenza di corsi nelle università italiane. Chiederemo la collaborazione del ministero dell'istruzione (MIUR): oltre a fare opera di prevenzione nella cosiddetta 'zona grigia', aiuteremo così l'integrazione e la convivenza pacifica”. Un progetto importante: bisogna realizzarlo al più presto, per non lasciare alibi a chi fomenta il muro contro muro (non c'è solo la testa di maiale lasciata davanti alla sede della moschea di Giugliano, in provincia di Napoli: la stessa Co-mai registra in questi giorni, nei propri sportelli, un importante aumento di casi di discriminazioni soprattutto a danno dei più piccoli nelle scuole). Sullo sfondo, la speranza che, tra i musulmani, si possa arrivare all'interpretazione non letterale del testo sacro: un alibi in meno a chi utilizza i versetti per incitare all'odio. “A opporvisi - in un culto 'orizzontale', senza vertici centrali - le divisioni geopolitiche che separano paesi come l' Egitto ( celebre l'università al-Azhar), l' Arabia saudita e il Marocco che competono fra loro anche sul senso da attribuire alle sure. In ogni caso, un dato non va dimenticato”, tiene a sottolineare Aodi: “Su un milione e mezzo di immigrati in Italia provenienti da paesi musulmani, il 65% è formato da laici, che condividono il principio della separazione tra stato e religione, senza connotazioni confessionali nella sfera pubblica”. [email protected]