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Rischia il giornalismo che dà fastidio

Michele Cucuzza
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Nell'era globale del city journalism e di you reporter, dove tutti possono raccontare e filmare tutto, c'è ancora chi rischia la vita tra i giornalisti, quando rivela o documenta verità scomode. Non parliamo esclusivamente dei 118 operatori dell'informazione uccisi nel solo 2014 in attentati, agguati o sotto i colpi della battaglia che stavano raccontando nelle zone calde del mondo. Ci riferiamo anche ai numerosi cronisti italiani minacciati di morte, costretti a mobilitare scorte da mattina a notte, la cui vita è stata resa un incubo perché si sono occupati di mafie, di pizzo, di tangenti, di verità scomode. E ' il caso di Federica Angeli di 'Repubblica' che ha realizzato, per prima, le inchieste sulla mafia di Ostia e adesso vive la sua vita blindata con due carabinieri al fianco: due autisti tutti per lei, come ha raccontato ai figli per trasformare in gioco, alla maniera della 'Vita è bella' di Benigni, l'amara realtà della spiaggia di Roma dove c'è chi si può permettere di proclamare minacciando una cronista che rappresenta l'opinione pubblica 'qua comandiamo noi, ci siamo capiti?'. Pure Paolo Borrometi, direttore di 'La spia' di Ragusa vive sotto scorta dopo aver subito anche aggressioni fisiche: le sue inchieste hanno portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Scicli. Poi c'è David Oddone, caporedattore del quotidiano 'La tribuna sammarinese', che ha subìto pesanti intimidazioni dopo la pubblicazione di alcune inchieste sugli affari della criminalità organizzata nella Repubblica. Una decina di anni fa aveva scoperto che sotto il Titano c'erano centinaia di aziende fantasma: 'servivano a riciclare denaro della criminalità organizzata', aveva scritto, malgrado poi la sua denuncia - ripresa da stampa e tv italiane - fosse finita con l'archiviazione. 'Quando colpisci le mafie nei soldi, rischi' commenta Oddone, raccontando la sua storia in 'Io non taccio' (edizioni CentoAutori), il volume vincitore del premio Borsellino 2015 che raccoglie le testimonianze del giornalismo che dà fastidio. 'Chi scrive di tangenti muore' legge David, col cuore in gola, in una lettera anonima fattagli recapitare al lavoro. Lui va avanti e si occupa di una finanziaria di recupero crediti dai metodi sospetti: gli stessi che nascondevano usura e estorsione secondo la magistratura italiana che stava indagando su casi simili nell'operazione 'Vulcano': Oddone riceve altre minacce di morte, 'molto serie' l'avvertono gli investigatori. 'Malgrado la preoccupazione non mi sono arreso' racconta il giornalista 'anzi: l'antimafia è diventata la mia crociata professionale, ho sfidato l'incredulità e l'accusa di sporcare l'immagine della Repubblica, ho scritto un libro con Antonio Fabbri, 'Mafie a San Marino', ho promosso convegni e eventi, con associazioni e giovani volontari. Avevo avuto l'intuizione giusta, ma forse ho esagerato', riflette oggi, 'pensavo di ripulire San Marino, senza accorgermi delle inevitabili sfumature della realtà, forse senza nemmeno troppo indulgere al garantismo'. Dieci anni dopo, molte cose sono cambiate nella Repubblica: le leggi che colpiscono riciclaggio e autoriciclaggio consentendo le confische, l'uscita dalla 'black list' bancaria ne hanno fatto un paese virtuoso. Anche le inchieste più recenti su una presunta clamorosa tangentopoli locale confermano come il lavoro degli investigatori, l'impegno della stampa, l'affinarsi della sensibilità dell'opinione pubblica non ammettano 'santuari' di nessun genere. Non finisce invece il calvario di Oddone che nel maggio scorso è stato addirittura condannato in primo grado per una presunta truffa relativa ad assicurazioni automobilistiche. 'Un grave errore, una condanna senza prove, rilevata da chiunque abbia letto le carte. Ho voluto renderla pubblica perché non sono ricattabile: potrà essere riparata in appello', conclude Oddone. 'Come sa bene chi conosce la mia storia di 'rompiballe', ho sempre tanta fiducia nella magistratura”. [email protected]