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Nel Golfo si gioca la vera partita

Michele Cucuzza
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Ancora sangue sparso dall'Isis. Questa volta nel Sinai: più di 100 i morti, tra militari egiziani e terroristi. In Italia 10 ordinanze di custodia per presunti aspiranti jihadisti e reclutatori , mentre riemerge dalle cronache la figura i Maria Giulia Sergio, nome di battaglia Fatima, italiana sposata con un albanese, partita da Inzago, vicino a Milano per andare a combattere in Siria. Fino a quando dovremo individuare nuovi foreign fighters, contare morti, temere nuovi attacchi, dissimulando la paura, magari abituandoci “a convivere con il terrorismo” secondo il premier francese Valls? Una risposta argomentata e assai poco incoraggiante arriva dallo staff di analisti, ricercatori ed esperti di geopolitica che hanno dato vita a un dossier pubblicato da “Limes” (direttore Lucio Caracciolo), significativamente intitolato “La radice quadrata del caos”. Oltre 200 pagine di studi, ricostruzioni storiche, rievocazioni documentate che partono dalla geopolitica dell'area che si affaccia dal golfo Persico (o Arabico, a seconda se lo si guarda dal lato iraniano o da quello arabo), senza trascurare le strategie delle superpotenze globali vecchie e nuove (Stati Uniti, Russia, Cina). La posta in gioco è proprio lì: se nel Golfo finisca per prevalere l'Iran o l'Arabia saudita, ciascuno con i suoi satelliti: “dominare il Golfo significa affermarsi egemone sul massimo tesoro energetico del pianeta, dove giacciono i due terzi delle riserve di petrolio, un terzo di quelle gasiere e da dove parte ogni giorno un quarto del greggio commerciato sui mercati mondiali. Qui - nello spartiacque fra arabi e persiani - si concentrano e si scontrano le principali famiglie musulmane, i sunniti e gli sciiti: qui, tramontata l'epoca coloniale a egemonia occidentale e chiusa la pagina della lotta al terrorismo culminata nella sconsiderata invasione statunitense dell'Iraq, si fronteggiano le due potenze regionali, l'Arabia Saudita sunnita e l'Iran sciita. E il califfato? Ha origine in Iraq, quando - ritiratisi i militari americani - l'Iran ha appoggiato la politica settaria del primo ministro iracheno Maliki che ha insediato gli sciiti ai vertici delle forze armate, della sicurezza, della magistratura di Bagdad eliminando i principali leader sunniti, riducendo in modo drastico il peso politico di quella comunità e emarginando la popolazione dal processo di ricostruzione e dalle istituzioni : “il Daesh (il califfato nell'acronimo arabo) altro non è che un fenomeno favorito dalla politica di esclusione dei sunniti attuata da Maliki, che ha tratto linfa vitale dal malcontento sunnita, attraendo sia elementi tribali sia ex baatisti del partito di Saddam”. Dalla roccaforte irachena dell'Anbar, lo stato islamico è quindi penetrato nell'oriente siriano, assumendo un ruolo di primo piano nella guerra civile che dilania il paese: “tra la piana di Ninive e le campagne a est di Aleppo l'Is si è mostrato brutale, ma ha anche erogato servizi essenziali e assicurato un certo grado di stabilità. Si è così proposto come elemento di rottura rispetto alle autorità del passato, sempre più identificate come ingiuste e repressive, viste come estensioni dei poteri filo-iraniani di Damasco e Baghdad: in alcuni ambienti è riuscito a costruire un discreto consenso basato su una retorica pan-sunnita e anti-sciita”. Se l'Iran ha influenzato platealmente la ricostruzione in Iraq, l'Arabia Saudita “dal 2011 ha perseguito una politica interventista senza precedenti, spendendosi come mai prima per contrastare l'avanzata delle fazioni affiliate ai propri nemici: l'Iran e la Fratellanza musulmana”. Questo il quadro della competizione nel Golfo, cui partecipano (ognuno con ruolo motivazioni politiche diverse) anche la Turchia e Israele. Senza sconti la conclusione: “la somma delle ambizioni insostenibili delle potenze regionali e delle debolezze degli ex padroni euroccidentali (Gran Bretagna prima, Stani Uniti poi) lascia pronosticare lunga vita al caos nel Golfo”. [email protected]