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L'Italia e l'Europa unita

Michele Cucuzza
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Chi si è convinto, in seguito alle recenti polemiche sull'accoglienza dei migranti, che l'Europa quando non è assente o in ritardo si occupi solo di direttive importanti ma cervellotiche nella loro applicazione (come la progressiva riduzione del consumo dei sacchetti di plastica) potrebbe facilmente ricredersi dando un'occhiata alle “raccomandazioni” che Bruxelles ha appena dedicato ai progetti governativi dell'Italia, così come fa con gli altri paesi dell'Unione. C'è un fitto programma di riforme che l'Europa si attende da Roma in cambio del sì a un incremento contenuto e sempre controllato del deficit statale, necessario per far fronte alle pensioni da rivalutare. Entro settembre bisognerà varare la riforma del fisco e la revisione del catasto, poi toccherà alle privatizzazioni (con parziale cessione delle partecipazioni di Enel, Poste italiane, Enav, Grandi stazioni) i cui ricavi dovranno servire a ridurre il debito pubblico. Segue il capitolo delle riforme non direttamente economiche, utili per migliorare la competitività dell'Italia: innovazioni costituzionali, compresa la fine del bicameralismo, e modernizzazione della pubblica amministrazione. Quanto agli istituti di credito e alle fondazioni bancarie, entro l'anno bisognerà riformare i criteri di formazione dei loro governi e ridurre il volume dei crediti in sofferenza, mentre è richiesta l'introduzione di uno strumento che consenta di liberarsi dei vecchi prestiti inesigibili (bad bank). Non mancano le raccomandazioni per la completa applicazione del jobs act e l'attuazione della riforma della scuola. Altro capitolo: cambiamento di tutti i contratti degli enti locali e dei servizi pubblici non ancora adeguati alle normative europee. Obiettivo di fondo: modernizzare e rendere più efficace i servizi pubblici del nostro Paese. Non è poco: si tratta in buona parte, di fatto, del programma del governo Renzi per questo 2015 che Bruxelles considera indispensabile realizzare. Un sostegno e insieme una richiesta formale di assunzione di responsabilità dell'esecutivo che, può piacere o meno, rende molto meno casuale e periferica la presenza dell'Europa nella nostra vita quotidiana. Non si tratta infatti di semplici “suggerimenti”: se le raccomandazioni di Bruxelles non fossero rispettate potrebbe saltare quella flessibilità sul risanamento dei conti pubblici per la quale Roma si batte da tempo. Non è tutto. Ci sono anche i 14 progetti messi in cantiere dal nostro paese perché siano finanziati con il piano di investimenti pubblici del presidente della commissione europea Juncker: si comincia con i 6,5 miliardi di euro previsti per la cablatura del paese a banda larga (tema che domina le cronache italiane di questi giorni), poi si passa ai 2 miliardi di credito cui avranno accesso le piccole e medie imprese, all'interconnessione elettrica Italia- Montenegro e così via. Certo non mancano i dubbi su un piano che dovrebbe fare da volano soprattutto agli investimenti privati, per arrivare complessivamente a 315 miliardi in 3 anni, partendo da un capitale effettivo di soli 21 miliardi. In ogni caso, anche qui si tratta di un progetto non secondario per stimolare la crescita dei 28 paesi dell'unione: vedremo presto con quale efficacia. Di sicuro non si parla neanche qui di farraginosi cavilli inventati da burocrati lontani. Ed eccoci al punto più recente: l'Europa ha finalmente realizzato che i migranti vanno divisi secondo quote stabilite a Bruxelles, malgrado proteste e resistenze dei paesi del nord-orientali, cambiando anche le regole di asilo ormai superate. Vedremo infine come concretamente si deciderà di agire contro gli scafisti. L'Unione non è ancora un federazione come gli Stati Uniti: ci arriveremo? Di sicuro ce n'è già abbastanza per rendersi conto che l'Italia è ormai in Europa più di quanto non si creda comunemente e che l'Europa è in Italia, nel nostro quotidiano, più di quanto non emerga da una certa superficiale polemica. [email protected]