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Roberto Mancini e la rivoluzionaria lotta all'ecomafia

Michele Cucuzza
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Il 30 aprile del 2014 moriva, dopo 13 anni di sofferenze e lotte contro il cancro procuratogli dal suo lavoro, Roberto Mancini, omonimo dell'allenatore dell'Inter. Lui con il calcio non c'entrava nulla, era un poliziotto di grandissima qualità: vicecommissario della Criminalpol di Roma è stato il primo a scoprire il traffico miliardario di rifiuti tossici orchestrato dalla camorra nella “Terra dei fuochi”. Riconosciuto vittima del dovere è stato insignito dallo stato della medaglia d'argento, un attestato sostenuto da una petizione con 70mila firme. Tutto era cominciato nel '92, quando Mancini aveva fatto sequestrare una banca a Cassino, vicino a Frosinone, perché gestita da prestanome dietro i quali si celava un riciclaggio di denaro illegale. Seguendo la pista dei soldi sporchi era arrivato a scoprire il traffico di fanghi e bidoni tossici in Campania. Lo sversamento, all'epoca, non era nemmeno reato: la camorra faceva tutto alla luce del sole, senza particolari precauzioni. Mancini non si è arreso, intuendo l'enorme vastità del business che si stava organizzando e per quattro anni ha continuato le sue indagini. Un periodo che la moglie Monika rievoca con emozione: “Roberto scavava con la pala, a mani nude tra rifiuti tossici, camion direttamente interrati con amianto, arsenico e, sono certa, anche scorie radioattive. Ha respirato veleni per anni. Proprio come la gente che ancora oggi vive accanto a vere e proprie bombe ecologiche sotterranee. Con rischi altissimi: poco tempo fa abbiamo seppellito i figli di una coppia di amici di Napoli, due bambini di 5 e 6 anni, morti a distanza di pochi giorni. Senza dimenticare che c'è chi continua a sversare e incendiare”. Mancini consegna i risultati delle sue inchieste alla magistratura di Napoli nel 1996, dieci anni prima che Saviano scrivesse “Gomorra”. Chiamava in causa boss come Francesco Bidognetti, professionisti, aziende complici e descriveva i rapporti tra camorra, politica e massoneria. “Chiusa l'inchiesta - ricorda la vedova - tanti complimenti, la certezza di clamorosi sviluppi e, invece, niente, nessuna iniziativa della magistratura: Roberto, pieno di rabbia, è andato in depressione. Chiamato dalla commissione parlamentare sul traffico di rifiuti, è tornato a sperare: invece, altra delusione, tutto sempre fermo. Finalmente, nel 2011, lo ha chiamato un magistrato, Alessandro Milita, della procura antimafia di Napoli: ‘dobbiamo fare il processo' gli ha detto. Aveva trovato le carte di mio marito in un cassetto. Roberto, felice come un ragazzino, non stava nella pelle”. Intanto il vicecommissario si era ammalato di un tumore al sistema linfatico e cominciava - avendo ormai assunto altri incarichi in polizia - un'inedita, lunga e faticosa battaglia, quella per la sua salute, facendone spunto per richiamare l'attenzione sui danni alla salute provocati dalle discariche abusive: il nuovo disegno di legge che punisce i reati ambientali lo si deve anche al suo impegno di investigatore. Mentre il boss Carmine Schiavone, morto recentemente, confermava ai magistrati che aree immense del nostro territorio, non solo in Campania, sono state trasformate in micidiali discariche, con guadagni miliardari per chi gestiva i traffici, sono iniziati i primi processi: c'è già stata una prima condanna. In attesa di norme più adeguate contro i reati ambientali, si è anche fatta una legge per la Terra dei fuochi. Dobbiamo molto a Roberto Mancini: “non era un eroe”, sorride amaramente la moglie, “Roberto ci scherzava sopra quando glielo dicevano. Non cercava fama né riconoscimenti: voleva che si facessero al più presto le bonifiche. Salvare la gente, questo voleva”. Benché affranta dal dolore (“è stato un anno molto difficile”, ricorda, “eravamo come un'unica persona'), Monika fa in modo che il nome e il lavoro del marito non vengano dimenticati: ormai sono tante le richieste delle scuole perché vada a parlare di lui, del suo impegno contro le ecomafie. E' questo il mio conforto”. [email protected]