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Gli effetti economici della pace

Michele Cucuzza
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L'evoluzione della crisi in Ucraina è seguita con preoccupazione anche da chi fa affari con la Russia. Ad augurarsi non solo il rifiuto dell'escalation delle armi, ma la prosecuzione del negoziato e persino toni il più possibile bassi sono, tra le diverse realtà economiche dell'Italia che esporta in Russia e nei paesi vicini, soprattutto quelle caratterizzate dalla piccola e media impresa ad alta specializzazione, concentrata nell'Italia centro-settentrionale, a cominciare dall'industria delle calzature delle province marchigiane di Fermo e Macerata, e che negli ultimi mesi hanno visto ridursi progressivamente il proprio export verso la Russia e i paesi vicini, dalla Bielorussia al Kazakistan. “Gli influssi negativi della situazione in Ucraina” commenta il presidente di Unioncamere Marche Graziano Di Battista “si risentono soprattutto nel settore della moda ma anche del mobile e nella meccanica: anche se le esportazioni nell'area reggono ancora , siamo già in grado di stimare un calo delle ordinazioni del 30-40% solo nel nostro distretto”. Le Marche sono la regione con la quota più alta del proprio export destinata alla Russia e costituiscono il quinto partner commerciale tra le regioni italiane e Mosca, coprendo l'8% circa del commercio italiano destinato in Russia. Inoltre, il movimento turistico russo verso le Marche solo nel 2013 aveva fatto registrare un incremento del 75% delle presenze (arrivando a quota 130 mila) provocando una piccola rivoluzione in tutta la filiera coinvolta, dai servizi all'ospitalità, dall'agroalimentare ai trasporti. A conferma del rapporto consolidato negli anni tra Mosca e le Marche anche una serie di iniziative culturali, compresa la 'Settimana russa' svoltasi a maggio a Macerata, con mostre e scambi di rapporti tra le università dei due paesi. Adesso la Russia rischia di non essere più il mercato chiave per i distretti industriali marchigiani: “All'origine del tracollo del nostro export, dopo i primi colpi inferti dalla crisi iniziata nel 2008” conferma Di Battista, “c'è stato, evidentemente, negli ultimi tempi il conflitto in Crimea e in Ucraina: il resto lo hanno fatto le sanzioni, imponendo il blocco di determinati movimenti di tipo economico, una maggiore burocratizzazione negli scambi e vere proprie indicazioni a contenere i rapporti commerciali con il nostro paese da parte del governo russo”. Di Battista conserva in mente con disappunto un'immagine percepita nel settembre scorso al MICAM, la fiera internazionale delle calzature a Milano: “Ho visto compratori russi manifestare con i giornali in mano la loro contrarietà nei confronti delle reazioni nelle capitali europee. Intendiamoci: è logico che una reazione di fronte a fatti così gravi sia necessaria, con la fermezza del caso. Ciò che non condivido è l'asprezza delle dichiarazioni e delle prese di posizione. Non dobbiamo cedere ai ricatti ma nemmeno rompere del tutto: deve rimanere decisivo il lavoro diplomatico”. Questa convinzione Di Battista l'ha espressa, insieme con il leader di Confindustria di Fermo, Andrea Santori, al sottosegretario Sandro Gozi: “Ultimamente non abbiamo sentito toni inutilmente aspri almeno da parte italiana. In effetti, da Hollande alla Merkel, i leader europei concordano sul fatto che la via diplomatica potrà essere l'unica a portare a una soluzione positiva. Si tratti a oltranza, smorzando le asprezze verbali, che non possono non rivelarsi inutili se non controproducenti”. La sospirata tregua, al centro del vertice di Minsk , ha tra i suoi sostenitori un'importante fetta dell'economia italiana, malgrado il sogno di trasferire in campo europeo 50 milioni di ucraini sia ormai svanito. Giusto essere informati anche di questo. Anche quando enumeriamo tutte le altre ragioni per cui mai più vorremmo rivedere la guerra in Europa. Anche se a Kiev in tanti hanno perso la speranza, convinti - comunque vadano colloqui e trattative -che per loro non ci sarà mai pace. [email protected]