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“Non ho parole” E facciamo finta di niente

Michele Cucuzza
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Si può spendere qualche parola su noi stessi, anziché aggiungere altre considerazioni sui pericoli del terrorismo jihadista, sulla corruzione 'imbattibile' (Cantone), sul camorrista Zagaria che tutte le mattine andava 'in ufficio' all'ospedale di Caserta ? Ci proviamo, a partire da un'espressione che utilizziamo sempre più spesso di fronte a emozioni improvvise, un fatto grave, la strage di Parigi, la sottomissione della Francia all'Islam immaginata da Houellebecq, la scomparsa improvvisa di una persona cara: “Non ho parole”. Fateci caso, ormai è quasi un tic, non soltanto nei commenti che condividiamo in rete ma anche nelle nostre conversazioni quotidiane: “Non ho parole”. E' curioso: nell'epoca in cui ci siamo giustamente presi il diritto di esprimere tutti, in tempo reale, il nostro parere su ogni evento, immagine, testo ci capiti sotto il naso nel mondo globalizzato, mentre non manca mai qualcuno che intasi i nostri profili taggandoci sempre con le stesse cose senza senso, in una miriade di post tutti uguali, decantandoci i maccheroni e le torte appena uscite dal forno, ebbene con crescente facilità cadiamo, all'opposto, nell' afasia rassegnata: 'non ho parole'. Come mai? Gli psicologi si sforzeranno di spiegarci perché, gli esperti di comunicazione forse ci diranno che questa è una, prevedibile, conseguenza del pensiero corto, della delega della memoria umana ai siti e ai motori di ricerca: intanto noi proviamo a ragionarci sopra con pragmatica approssimazione. Certo conterà la fretta, la voglia di non mancare quando in rete si comincia a commentare qualcosa, con i tempi ormai frenetici che ci siamo dati per fronteggiare contemporaneamente posta, messaggi, musica, video, fotocamera, twitter, facebook , telefonate, tutto in una volta: tanto vale allora lanciare un 'non ho parole' che comunque mi salva, mi fa apparire sui social e dunque mi permette di esserci. Vero, ma non basta. Proviamo da un altro punto di vista: l'abitudine alle immagini scioccanti come l'esecuzione del poliziotto di Parigi, gli orrori delle decapitazioni nel deserto confermano che si è cominciato a confondere il reale con il virtuale e viceversa, dunque, si è fatto ancora più difficile indagare nel nostro intimo, per esempio per indignarci. Sarà quindi per contribuire a riorientare questa nostra mutazione, oltre che per comprensibili interessi commerciali, che Mark Zuckerberg ha deciso di lanciare una campagna a favore della lettura di libri (almeno due al mese, ha proposto) per dar vita tra gli 1,3 miliardi di iscritti a facebook al più vasto club del libro mai esistito (cioè del racconto emotivo di noi stessi)? E' probabile: anche in un paese come il nostro, dove un italiano su due non legge neanche un libro all'anno e dove la televisione riesce a incollarci davanti a gare di scaloppine e profiteroles (cito Elena Stancanelli), una sterzata è possibile, oltre che auspicabile: per (ri)cominciare a interrogarci su quello che proviamo di fronte a un fatto che ci tocca profondamente, andando oltre la resa di fronte alle emozioni, i sentimenti, i vissuti, i rimpianti, i ricordi ('non ho parole') e tornando a dare loro un nome. Oppure riconoscendo con onestà che quell'avvenimento non lo sentiamo veramente nostro e, dunque, non avvertiamo la necessità di dover dire a tutti i costi qualcosa. Di sicuro disponiamo di infinite parole per dire tutto: possiamo cercarle dentro di noi, sforzandoci di trovarle oltre i nostri pensieri fuggitivi e distratti. I libri ci aiuterebbero di sicuro. In ogni caso, non rinunciare a conoscere un po' meglio noi stessi è l'unica strada possibile non solo per non rinunciare a comunicare nel mondo 2.0 ma anche per capire empaticamente gli altri, familiari, amici, politici, datori di lavoro, colleghi e, dunque, per provare a vivere in comunità oltre il conformismo e la passività. Anche solo per riuscire a dire 'mi spiace', 'mi fa arrabbiare', 'voglio capire meglio' invece di 'non ho parole'. [email protected]