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Quella marcia, l'alba di una nuova Europa

Michele Cucuzza
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I fatti di Parigi, iniziati tragicamente, ci hanno lasciato - con la marcia di domenica - sensazioni inaspettate di speranza. Quei cinquanta capi di stati e di governo che - per la prima volta insieme - aprivano il gigantesco corteo di oltre un milione di persone davano l'impressione di un'unità di intenti di forza democratica e di garanzia delle libertà che andava ben al di là delle singole intenzioni e della caratura personale di ciascun leader: erano l'Europa unita e noi li abbiamo percepiti come un sogno realizzato. Chissà fino a che punto i dirigenti politici europei se ne sono resi conto ]e hanno valutato nelle conseguenze pratiche quel sentire comune che li circondava: qualche dubbio ce l'abbiamo, che tuttavia non svilisce il sentimento e il desiderio che abbiamo avvertito chiarissimi tra place de la République e Nation. L'Europa unita (in versione federalista, confederale, 'leggera' o come si voglia) che molti degli europei desiderano e che hanno percepito domenica già in marcia è sostanziata dai valori positivi di cui la marea umana era portatrice: valori 'repubblicani' è stato detto, più pragmaticamente li si potrebbe definire l'esatto opposto della violenta sopraffazione cui avevamo assistito, subito dopo l'assalto a 'Charlie hebdo', nel brutale assassinio di un poliziotto musulmano da parte di altri musulmani che proclamavano di agire in nome del loro Dio. Libertà (di espressione, di religione, politica), diritti civili, tolleranza, laicità (nel senso che il credo di ciascuno è un fatto solo privato), solidarietà e, anche, fermezza nella difesa di questi stessi valori considerati come non negoziabili, sono nel sentire comune la base fondamentale su cui tracciare - di conseguenza - altri accordi tra paesi europei, economici, monetari, fiscali. Se questa base di condivisione profonda non si manifesta, se i nostri leader non se ne fanno interpreti tutti i giorni, nel loro operare quotidiano, non solo nell'immagine che hanno dato di sé nella giornata eccezionale di Parigi, non deve poi apparirci così sorprendente tutta la carica di 'euroscetticismo', di vis polemica nei confronti dei 'burocrati' di Bruxelles, di sfiducia nel futuro possibile di una solidarietà che non ci leghi esclusivamente al valore di una moneta e al destino dei debiti sovrani di ciascun paese . A questo punto, altre due considerazioni vanno necessariamente collegate al ricordo destato dal corteo di Parigi: se siamo convinti di aver visto, per la prima volta, un germe concreto di quell'orizzonte europeo che potrebbe essere la prospettiva comune di milioni di persone che popolano il continente, dobbiamo essere chiari con chi ci governa e con noi stessi. Se l'Europa che emoziona e convince è fondata sui valori, abbiamo il diritto di pretendere (noi italiani come tutti gli altri nostri partner) una classe dirigente rispettosa di quello stesso credo e coerente nei comportamenti: illegalità, corruzione, connivenze e complicità indicibili non le possiamo più tollerare e nemmeno possiamo condividere anche noi quegli stessi comportamenti, in omaggio al coro del 'così fan tutti'. L'Europa dei cittadini perbene e solidali come futuro possibile impone l'addio definitivo a tutta la zavorra del malcostume che, nonostante il meritorio contrasto di magistratura e organi di polizia, da decenni continua a segnare la vita pubblica di paesi come il nostro. Come pretendere di difendere e rappresentare libertà, democrazia, tolleranza, diritti civili se il tarlo dell'illegalità non viene definitivamente stroncato? Sarebbe solo una dichiarazione d'intenti, di facciata: e nessuna Europa unita sarebbe possibile, se non quella inevitabilmente estranea e distante delle burocrazie. Un'occasione di svolta imprescindibile (i primi a dare il buon esempio davanti alle leggi siamo noi stessi), la sola che ci permetterà di non cadere nella trappola dell'antislamismo, strumentalmente spacciato come lotta al terrorismo fondamentalista. [email protected]