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Il dramma di chi non ha un tetto

Michele Cucuzza
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La tragica fine di Gregorio, come i romani chiamavano il senzatetto polacco morto di freddo all'Esquilino, l'altra gelida notte a Roma, e la morte per ipotermia di un uomo trovato con una coperta addosso, nel piazzale di un centro commerciale di Grosseto, hanno spalancato le porte di questo 2015 sul peggio del nostro vivere che ormai letteralmente schiva gli ultimi: le migliaia di persone che, senza un tetto, dormono sui marciapiedi delle nostre città, ovunque, al nord come al sud. Quasi 8 mila solo a Roma, una città come Chianciano Terme senza casa, stranieri ma anche italiani rimasti senza lavoro, ingoiati dalla crisi e da fratture familiari, donne e giovani compresi, concentrati nelle aree delle stazioni, magari vicino alle grate dei negozi che soffiano aria calda, coperti alla bell'e meglio da cartoni, teli di plastica, qualsiasi cosa che dia una minima, in questi giorni irrisoria, idea di riparo: inaccettabile. A Milano, ha raccontato Andrea Galli, i filobus che percorrono i viali della circonvallazione dalle 23 si popolano di italiani senza casa , famiglia, lavoro: si sottraggono al gelo e dormono seduti fino al prossimo capolinea, per ricominciare poco dopo sulla linea opposta, le retrovie notturne di una città che di giorno non si vede. Non ci fa sentire meno peggio il fatto che in Francia, negli ultimi giorni dell'anno appena trascorso, i clochard morti in strada siano stati addirittura cinque, né che a New York si sia toccato a capodanno il record negativo di 59 mila homeless. Non è che manchi chi si dà da fare: in molte città sono scattati piani di emergenza per i clochard, le parrocchie romane hanno aperto le porte la notte, prima quattro poi altre, dovrebbero diventare presto 20, sollecitate dalla benemerita Caritas che cerca di dilatare al massimo la capacità di accoglienza dei suoi centri. Il sindaco Marino ha lasciato aperte fino al mattino tre fermate della metropolitana, con la Protezione civile e la Croce rossa a distribuire coperte e bevande calde. E ci sono anche i volontari, le associazioni, i municipi, gli alberghi che offrono coperte e lenzuola e fanno con la solidarietà da contraltare a chi, con “Mafia capitale”, si è fatto i soldi truffando proprio i più poveri, i nomadi, i disperati e ha finito per provocare - dopo il danno anche la beffa - il blocco delle strutture destinate ad accogliere i senza fissa dimora. Risultato: i clochard a decine nella stazione Termini. Descrivere tutto questo non basta. Non possiamo rassegnarci all'idea che i marciapiedi e i portici delle nostre città siano sempre più ricoveri di fortuna, sostituti indegni di migliaia di camere da letto per chi non se le può permettere e vive per strada. Nessuno dovrebbe dormire senza un tetto sopra: perché non far diventare questo il primo impegno delle amministrazioni, di qualunque colore? La verità è che siamo ben lontani da questo obiettivo, il minimo comune denominatore del contrasto all'indifferenza, come lamenta polemica la Comunità romana di sant'Egidio sottolineando che ormai si muore di freddo senza che nessuno se ne accorga. Eppure non ci vorrebbe molto: monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma, chiede da tempo che le amministrazioni utilizzino almeno una parte dei tanti edifici pubblici tenuti sfitti, in una rete di housing sociale. Certo, non tutti i senzatetto accettano un riparo nei dormitori, ma che vuol dire? E' chiaro che, gli stranieri ad esempio, non vogliono finire dentro percorsi di controllo il cui risultato finale potrebbe essere l'espulsione. Altri sperano che “il tempo della loro condanna”, come lo ha descritto Giulia Annovi, sia il più breve possibile e temono di essere bollati come appartenenti all'esercito dei senza fissa dimora. A guidarci, in questa iniziativa inedita, immediata non dovrebbe essere solo la temperatura, ma soprattutto la solidarietà, un'azione generalizzata che prescinda fin dove si può da carte e bandi. Se ci provassimo? [email protected]