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Mps, De Mossi scrive ancora a Draghi: "Il Governo ha il dovere di valutare alternative a Unicredit"

Aldo Tani
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Chi la dura, la vince. O almeno lo spera Luigi De Mossi, che è tornato a interpellare il premier Mario Draghi su Banca Mps. Lo ha fatto con una lettera aperta, la terza nel giro di pochi mesi. Gli altri due tentativi non hanno avuto fortuna, come per la verità tutti gli appelli che la politica ha rivolto al Governo sulla questione. Fatta eccezione per la relazione del ministro del Tesoro, Daniele Franco, in Parlamento, da Palazzo Chigi tutte le trattative in merito a Rocca Salimbeni procedono sottotraccia. Sarà anche per questo che il sindaco di Siena ha deciso di insistere, partendo dal punto focale di tutta la vicenda: l’acquirente. “A quanto sembra non ci sarebbero alternative a Unicredit; ma siamo sicuri che sia davvero così? - ha attaccato il primo cittadino - Il Governo ha il dovere, non solo l’obbligo, di valutare opzioni diverse, che fra l’altro potrebbero essere meno impattanti in termini di costi per lo Stato; in nessuna azienda si tratta con un unico fornitore o offerente”. 

 

 

Un passaggio esplicitato qualche riga più avanti: “Il termine ultimo per la cessione della quota del Mef in Mps è a primavera 2022, volendo c’è tutto il tempo, anche senza chiedere proroghe, per aprire una competizione a livello internazionale ed esplorare alternative in piena trasparenza”. Una gara che in realtà per adesso non c’è, perché al di là delle soluzioni che stanno arrivando da destra e sinistra, sono solo due gli istituti di credito che hanno fatto accesso alla Data room: Unicredit, appunto, e il Microcredito Centrale. De Mossi comunque non vuole sentire ragioni, concentrando il focus sulla banca guidata da Andrea Orcel. “La Commissione Europea ha fatto sapere che valuterà con grande attenzione le condizioni del possibile accordo tra Mef ed Unicredit. Forse le Autorità Europee farebbero meglio a concentrarsi proprio sulla natura degli aiuti per Unicredit – ha fatto notare il sindaco - Dalle notizie apparse su molteplici organi di stampa, al momento mai smentite, si parla infatti di circa 10 miliardi di euro distribuiti su varie voci che il Mef sarebbe disposto a concedere alla stessa Unicredit. Sarebbe interessante sapere come potrà essere classificato questo pacchetto e se potrà essere annoverato o meno fra gli aiuti di Stato”. Un crescendo di toni, che tocca nuovi apici scendendo nei dettagli dell’operazione: “Tutto questo non servirebbe, peraltro, al salvataggio dell’antica banca senese, bensì porterebbe al cosìddetto ‘spezzatino’, tenendo la polpa e lasciando tutto ciò che non interessa, come da buona tradizione bancaria. Oltre a ciò si verificherebbe la sparizione del marchio della più antica banca del mondo e, a quanto si apprende, circa settemila lavoratori sarebbero accompagnati a casa. Ciò senza citare la crisi dell’indotto, lo svuotamento dei molti immobili e in definitiva la perdita di qualità, eccellenza e occupazione per il territorio senese e la Toscana tutta”.

 

 

Territorio per il quale De Mossi vuole continuare a lottare in prima persona: “Per quello che mi riguarda, proseguirò nel dialogo con le istituzioni senesi e regionali e con tutti coloro che vogliono una soluzione dignitosa e socialmente valida per la banca Mps, siano essi dipendenti, sindacati o cittadini, purché diano un concreto segnale di voler lottare per il Monte”.  Chiamata alle armi, nella quale non mancano rivendicazioni personali e critiche sul passato: “Dalla sua nascita l’unica amministrazione capace di far crescere invece che di far diminuire il patrimonio della Fondazione Mps è stata quella attuale. Non possiamo nasconderci oggi dietro il paravento del rispetto, pur legittimo, dei tecnicismi bancari. La politica ha dilapidato le ricchezze di Mps nel recente passato, adesso contribuisca affinché venga tutelata la comunità di uomini e donne che ha sopportato sacrifici e che quel patrimonio, oggi dilapidato, aveva costruito nei secoli”. Un messaggio forte e chiaro, sempre che l’indirizzo sia giusto.