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Lutto al Corriere: addio Sergio, ci mancherai

Sergio Benincasa, direttore dal 1986 al 1995

Anna Mossuto
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Se n'è andato senza fare rumore, non troppo lontano dall'Umbria, in quella Roma che conosceva bene quando agli inizi degli anni Ottanta dirigeva l'Asca e ricopriva il ruolo di capo ufficio stampa del ministro delle Poste Remo Gaspari. Ma il cuore di Sergio Benincasa è sempre stato a Perugia, la sua seconda patria. Livornese lo era dentro, per piglio, carattere e quell'accento che ancora lo tradiva anche a distanza di oltre trent'anni. Un carattere a volte difficile da smussare, nonostante le storiche frequentazioni democristiane, ma era solo apparenza perché nel lavoro prediligeva un giornalismo sempre all'attacco, senza mezze misure. La notizia, anche la più scomoda, se era davvero notizia con lui prendeva il titolo a sei colonne e il richiamo in prima, a prescindere da tutto e da tutti. Il lettore lo aveva capito, in quegli anni del boom della carta stampata è riuscito a macinare copie e a rafforzare un brand, quello del Corriere dell'Umbria e poi di tutte le altre edizioni, fatto di capillarità sul territorio ma anche e soprattutto di schiettezza e aderenza ai fatti, senza mai parteggiare, ma lasciando sempre spazio a tutte le voci, a tutti i campanili. La locandina? “Deve essere un pugno allo stomaco”. Il titolo? “Deve dire tutto ma alludere anche, sennò perché il lettore dovrebbe prendersi la briga di iniziare a leggere il pezzo?”. In riunione di redazione già dalle prime parole del caposervizio capiva subito se c'era sostanza. E quando fiutava l'odore della notizia non mollava la presa. L'aspetto signorile e lo stile quasi inglese nascondevano un lottatore. Era pur bravo nella diplomazia, l'esperienza da cronista parlamentare è stata una buona palestra, ma senza mai compromessi al ribasso. Difendeva la professione, su tutto, ma non in astratto: era lo scudo dei giornalisti, gli uomini e le donne che lavoravano con lui. “Gli editori passano, i direttori passano, i giornalisti restano”, era il suo mantra. E poi l'attenzione al dettaglio, ma soprattutto alla verifica scrupolosa delle fonti. Quelli che secondo lui meritavano, in particolare, li teneva su un piedistallo, consigliando loro di comportarsi sempre con onestà e rispetto ma li salvaguardava anche da scivoloni o incidenti di percorso. E' successo a tanti di noi. Qualcuno gli deve più di un grazie. Noi che abbiamo vissuto i quasi dieci anni della sua direzione sicuramente sì. Dopo la pensione non si è tirato indietro di fronte a nuove sfide, ha formato altre generazioni di giornalisti. Ma nel suo cuore c'è stata sempre la famiglia del Corriere dell'Umbria. Se lo faceva leggere quando la vista lo cominciava ad abbandonare. Per qualche anno - fino a quando non si è trasferito a Roma dalla sua amata figlia Giovanna - ci siamo incontrati spesso. Un caffè vicino casa sua, un'occasione per abbracciarci e nel corso della quale lui dispensava ricordi e consigli che si sono rivelati sempre utili. C'erano pure le critiche, mai cattive o fuori luogo però, dette con la bonomia che gli era solita quando rivedeva i colleghi. Dentro ardeva ancora la fiamma del mestiere, la stessa con cui accendeva i suoi toscani la mattina appena sveglio, a digiuno. Perché era un giornalista di razza, un professionista rigoroso. Ma soprattutto era una persona perbene. I direttori passano, caro Sergio, ma tu, anche se non ci sei più, resti. Grazie per quello che hai fatto per noi e per quello che ci hai dato. E per favore continua a leggerci da lassù. ***** La carriera Sergio Benincasa era nato il 15 gennaio del 1934 a Livorno e dal 1986 risiedeva a Perugia. Iniziò l'attività giornalistica nella redazione di Livorno de “La Nazione” occupandosi prevalentemente di cronaca e sport e nel '55 fece parte della pattuglia di giornalisti che aprì le redazioni umbre del quotidiano fiorentino. Subito dopo si trasferì a Milano, alla redazione centrale del Guerin Sportivo di Gianni Brera. Dal 1961 al 1971 fu a Il Telegrafo di Livorno come capo servizio del settore sport e responsabile della pagina della cultura; nel 1970 fece parte del team di inviati del Corriere dello Sport accreditati ai Mondiali di Calcio di Città del Messico. Nel 1971 fu a Roma come cronista parlamentare per l'agenzia nazionale di stampa Asca. E nel 1975 approdò a Il Tirreno come responsabile della redazione interni. Nel 1978, con l'arrivo del “Gruppo Caracciolo”, divenne caporedattore e poi direttore responsabile del quotidiano livornese. Dal 1979 fu direttore de La Provincia Pavese e de Il Gazzettino di Vigevano, quotidiani dello stesso “Gruppo Caracciolo”. Nel 1981 tornò di nuovo all'Asca, ma questa volta in qualità di direttore e, simultaneamente, svolse l'incarico di capo ufficio stampa di Remo Gaspari, allora ministro alle Poste, alla Funzione pubblica e alla Difesa. Dal 1986 al 1995 fu direttore del Corriere dell'Umbria e delle testate del gruppo editoriale perugino: La città di Firenze, Corriere di Siena, Corriere di Arezzo, Corriere di Viterbo, Corriere di Civitavecchia –Roma Nord. Nel 1995, lasciata la guida del gruppo Corriere, divenne direttore de Il Settimanale dell'Umbria, mentre nel 1997 assunse l'incarico di vicedirettore del quotidiano La Nuova Ascoli e infine, nel 1998, fu direttore di UmbriaSetteGiorni-Il Giornale dell'Umbria, che passò, nell'arco di soli tre anni, da quindicinale a settimanale e, infine, a quotidiano. Nel 2004 pubblicò un libro di memorie intitolato “Da Gigi Riva a Berlusconi. Cinquant'anni di cronaca di un giornalista tosco-umbro”.