Vietato dire non ce la faccio più

Slums Dunk, il sogno che diventa realtà

25.07.2016 - 10:57

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Due giocatori di basket, due amici veri al punto che uno sarà a breve il testimone di nozze dell'altro. È così che nasce tutto.
È durante una cena come tante nel dicembre 2011 che Bruno Cerella propone a Tommaso Marino di andare in Africa a far giocare i bambini a basket. Niente di più, niente di meno. Una mezza pazzia che li porta pochi mesi dopo tra le baraccopoli di Nairobi con valigie piene di scarpe, palloni, maglie da basket. Tommaso descrive quei bambini come "impazziti di gioia. Quando siamo tornati, dopo un mese, ci siamo detti con Bruno che da quell'esperienza poteva nascere un progetto, abbiamo tirato in mezzo altre persone. L'obiettivo? Costruire scuole basket": così nasce l'associazione Slums Dunk, una storpiatura di slam dank, schiacciata, dove slum significa invece baraccopoli. "Il basket deve essere una scusa per questi bambini. Il pretesto per uscire di casa, da situazioni di degrado. Poter passare tre ore al campo significa evadere da tutto il brutto che li circonda"
Tra gli aspetti più belli di questo progetto c'è il fatto che chi l'ha creato, chi c'ha messo la faccia come testimonial, ci mette anche le braccia "se c'è da scavare, vangare, mettere sassi lo facciamo".
Oggi, in una delle baraccopoli esiste una scuola basket, con 130 bambini, 10 allenatori. Ha significato spiegare alle persone del luogo perché era importante partecipare al progetto. "Due anni fa sono arrivato al campo ed erano appena finiti i lavori. C'erano i bambini che giocavano. Non mi commuovo quasi mai, ma in quella situazione mi sono commosso. Vedere gente che non ha nulla avere finalmente qualcosa per me è stata una soddisfazione incredibile."
Oggi grazie a Slums Dunk, si stanno costruendo altri campi in altre baraccopoli. Ma con quei campi stanno costruendo molto altro "giocando a basket con questi ragazzini hai l'opportunità di insegnare loro tante cose. Cosa significa stare in un gruppo, rispettare tempi, regole, fare lavoro di squadra" non si tratta di imparare a fare canestro, si tratta di imparare a stare insieme. E questa è la schiacciata più bella perché la vittoria in questo caso si chiama: opportunità di futuro.

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