Il Cristianesimo non è sofferenza

Il Cristianesimo non è sofferenza

22.03.2015 - 17:07

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Una serie di cause storiche e culturali hanno portato a considerare il cristianesimo una religione “della sofferenza”, una religione del dolore. E questo, a partire dalla croce di Gesù, che per noi credenti è un mistero di fede, ma per chi non esprime la propria fede in Cristo risulta essere solamente un fatto storico, e di certo non dei più gratificanti, anzi: un bravo predicatore che non ha fatto del male a nessuno, che ha speso la propria vita per gli altri, a causa dell'invidia dei potenti dell’epoca viene messo ingiustamente a morte, e nella maniera più ignominiosa, come fosse il peggiore dei malfattori. E poiché i suoi discepoli lo proclamano risorto e vivo, ecco che la storia non perde tempo a interpretare questo come un tentativo di rivincita. Vista con gli occhi dell’uomo “qualunque” di ogni epoca storica, la vicenda di Gesù di Nazareth è proprio una vicenda di sofferenza, non ha certo le sembianze della vicenda di un Dio glorioso, onnipotente e immortale come potevano essere gli dèi delle grandi civiltà antiche. Queste idee ce le portiamo ancora dentro, ed emergono quando ascoltiamo e cerchiamo di interpretare brani della Scrittura come quello che la Liturgia di oggi ci propone: Gv 12,20-33: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane da solo; se invece muore, porta molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. Chi di noi non ha pensato, con questo, a una vita di sacrifici, di abnegazioni, di sofferenze magari anche volontariamente e appositamente ricercate come penitenze, in vista del raggiungimento di un traguardo grande come la vita eterna? Molta della catechesi che abbiamo ricevuto ha insistito su questo, ottenendo come risultato quello che abbiamo descritto prima: l’immagine di una religione basata sulla sofferenza e sul dolore, accettati e quasi desiderati in vista di un bene futuro maggiore. No, il cristianesimo non è sofferenza, il cristianesimo non è abnegazione, il cristianesimo non è morte: la fede in Cristo è l'esatto opposto, ovvero gioia, entusiasmo, donazione di sé e pienezza di vita! Rileggiamo con attenzione questo testo, in cui c'è un gruppo di Greci venuti a Gerusalemme per la Pasqua che vogliono “vedere Gesù”, che si sentono attratti da lui. E Gesù attirerà loro e tutti quanti a sé: Giovanni ci dice nell'ultimo versetto senza mezzi termini che questa attrazione è proprio la croce. Cos'è, quindi, questa croce capace di “attirare a sé”, capace di “far entrare in comunione” gli uomini con Dio? Gesù pronuncia una sorta di “microparabola”: la croce è simile a un chicco di grano che cade in terra. Cade in terra non perché disprezzato o inutile, e quindi buttato via dagli uomini: cade in terra perché questa è la sua funzione, perché la terra è il suo posto. Non cadesse in terra, rimarrebbe lì, in un sacco, in una dispensa, isolato, chiuso, indurito nella sua scorza e - allora sì - un giorno o l’altro non servirebbe più a nulla. Quella che invece solo in apparenza sembra una scorza dura che lo ricopre, nel momento in cui svolge la sua missione, a contatto con la terra, si schiude, si trasforma e diviene germoglio di vita. Certo, il seme non resta più lo stesso di prima: alla sola vista, il germoglio di grano che vediamo di color verde intenso nei solchi dei campi non ha proprio nulla a che vedere con il duro e sbiadito chicco di grano racchiuso nel sacco, e questo ci meraviglia, perché quel chicco di grano non c’è più: è morto. Ma nel frattempo si è trasformato ed è divenuto esplosione di vita, è germogliato, ha dato frutto, ha contribuito a sfamare e a dare vita. Tutto questo è la croce: e abbiamo il coraggio di chiamarla morte?

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