I paradossi di un leader

I paradossi di un leader

07.12.2016 - 10:50

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Un no grande diciotto milioni di voti ha costretto alle dimissioni Matteo Renzi, al quale non sono bastati dodici milioni di sostenitori. Una differenza pesante, inaspettata che lo ha lasciato forse stupito, insieme alla scoperta di un’acrimonia diffusa e violenta nei suoi confronti. Nessuno può dire se sia l’ultimo passo di un leader che ha già avuto una caduta e ha dimostrato di sapersi rialzare, certo non si tratta di un voto congiunturale, la posta era alta e Renzi stesso ne aveva fatto il banco di prova della sua autorevolezza e del suo consenso, e dunque nulla sarà più per lui come prima del 4 dicembre.
Forza e limiti del leaderismo in un guado istituzionale troppo incerto, mi pare questa la prima constatazione. Forte del risultato delle primarie, l'ex-sindaco di Firenze si è presentato con lo slancio iper-personalizzato del rottamatore, ha assunto il ruolo di presidente del Consiglio e ha sottoposto la sua immagine a un doppio esame. Da un lato, ha dovuto coniugare il profilo dell'innovatore con il palcoscenico nazionale e internazionale delle istituzioni, sul quale ha via via palesato una predisposizione egocentrica e autocentrata che ha finito per far aderire la sua immagine a quella della politica ufficiale, in un tempo in cui la spirale dell'antipolitica ha continuato a montare impetuosa.
Dall'altro, ha cercato di passare dalle parole ai fatti, via via però diluendo l'iniziativa una volta a contatto con le logiche delle alleanze (tanto più quando si parla di Costituzione..), con un partito in parte riottoso e all'opposizione, ostile a una leadership-persona incompatibile con le vecchie logiche dell'apparato e con la tradizione central-democratica dura a morire. Ha cercato di fare forza sul ceto medio, di rivitalizzarlo, ha lavorato alla scommessa di allargare il perimetro dell'elettorato di sinistra verso il centro, ma - il referendum dice questo - il risultato non è stato raggiunto. Per una serie di motivi. Il primo, l'azione di governo aveva alle spalle il vulnus di una maggioranza precaria e di un Presidente del Consiglio non eletto, un piedistallo fragile e compromissorio (l'ombra di Verdini, il rapporto ambiguo con Berlusconi, che prima porta al Patto del Nazareno poi si scioglie..) che Renzi ha cercato di consolidare con il suo iperattivismo e iperpresenzialismo e una serie di parole d'ordine: bellezza, ripartenza, futuro, Italia.., salvo dover scontare l'erosione dovuta alla crisi.
Ha ottenuto dei risultati il governo, sarebbe ingeneroso non risconoscerlo, ma la loro consistenza non è riuscita a sfondare il velo della retorica (la logica degli annunci e dell'agenda è terribile e se si ritorce contro..) e non è stata tale da contravvenire a una percezione diffusa che è andata dal disagio e dal malcontento alla frustrazione e alla rabbia, di cui proprio lui è diventato il bersaglio. Paradossale, un progetto politico che issa l'insegna del cambiamento si è ritrovato ad essere percepito come un elemento di conservazione, identificato con la politica politicante, un esercizio disinvolto e pure sprezzante del potere e delle regole, la difesa degli interessi dei poteri forti (non importa se veri, presunti o quello che sia).
Si dirà che il varco del suo riformismo personalizzato era stretto e che tanti cinesi aspettavano il passaggio del cadavere, ma il fatto che lo fosse - adesso è facile dirlo - doveva forse consigliare più cautela: ma Renzi è Renzi è questa cautela non gli è appartenuta né forse gli appartiene, è andato dritto e ha alzato la posta quando la sua parabola aveva raggiunto il culmine da un pezzo ed era in fase discendente, e il Paese tornava a rattrappirsi nelle sue appartenenze, per un verso, e a sciogliersi nella trasversalità di un rifiuto brutale tutto mirato su di lui. Per un leader l'errore più grave è non capire il Paese che vuole cambiare e non prevedere il ritorno più brutale del suo rimosso.

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