La nuova sfida del Corriere

La grande illusione di Tangentopoli

Anna Mossuto

23.03.2017

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Ogni anniversario serve a celebrare un evento ma anche a rileggere con il senno del poi quanto accaduto e soprattutto a valutarne gli effetti. E' il caso di Mani Pulite, la stagione del tintinnio delle manette, delle migliaia di indagati, di qualche suicidio eccellente, e di quella gigantesca spinta a estirpare la corruzione.
E' passato un quarto di secolo. Di questi tempi nel 1992 si apriva una pagina che portò a minare le fondamenta della Prima Repubblica cambiando il verso della storia d'Italia. In quei giorni si pensava che finalmente un sistema si stesse sgretolando, che una classe dirigente venisse spazzata via con tutti gli affari e i malaffari.
Un sentimento di speranza e un vento di cambiamento pervadevano il Paese dal nord al sud, la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica si era schierata dalla parte delle procure e osannava il lavoro dei magistrati. L’Italia pareva spaccata in due, da una parte i delinquenti, dall'altra gli onesti. E quindi una caccia alle streghe o meglio ai politici che grazie al finanziamento pubblico ai partiti avevano pensato più all'interesse privato che a quello generale. E in base al teorema del famoso pool milanese chi non aveva operato direttamente non poteva non sapere per una sorta di responsabilità oggettiva. Il meccanismo delle tangenti pagate durante quell’epoca fu addirittura coniato con un termine poi ricorrente nei fascicoli giudiziari, e cioè “dazione ambientale”.
Ma di quelle inchieste cosa è rimasto? La corruzione è stata estirpata, le tangenti non si pagano più e i politici pensano solo al bene delle comunità?
Purtroppo non è così. E basta scorrere i titoli dei giornali per rendersi conto che Tangentopoli è stata una grande, immensa illusione. O anche una grande, immensa occasione persa.
Un'illusione perché è sì caduta la Prima Repubblica e con essa alcuni partiti ma la corruzione non è stata sconfitta, anzi come dicevamo è viva e vegeta.
Un’occasione persa perché i partiti non hanno cambiato pelle e la politica non ha saputo firmare una legislazione ad hoc e non ha saputo rendere trasparente il finanziamento pubblico.
Insomma la magistratura ci ha provato assumendosi anche il compito di aggiustare i difetti della democrazia e con esso anche la responsabilità di punire e cancellare alcuni partiti e alcuni leader. Grazie a quel vuoto voluto dalla mano giudiziaria sono nati altri partiti che hanno occupato e stanno occupando la scenda da oltre un ventennio. E quell’istanza di cambiamento globale e soprattutto etico della vita pubblica è andato a farsi benedire.
Forse è il momento di rileggere quella stagione con gli occhi della storia per rendersi conto che la lezione di Mani Pulite non è servita a granché, o comunque a poco, se non a espellere il gotha della politica e dell'imprenditoria di allora.
Eh già, perché quando un potere dello Stato si sostituisce a un altro e l'altro non è capace di reagire allora c'è qualcosa che non va, un disequilibrio, una prevaricazione, comunque una stortura nel sistema democratico.
Oggi le inchieste si continuano ad aprire secondo la logica e la funzione giudiziaria, che sono quelle di perseguire chi infrange il codice penale e di punirlo una volta accertata la colpevolezza.
Non c’è più, per fortuna, quel clima sì di speranza ma anche forcaiolo secondo cui chi era raggiunto da un avviso di garanzia era condannato prima dalla collettività che da un tribunale.
Sulla stagione di Mani Pulite e su quell’abuso di potere, se pur finalizzato a scovare i delinquenti, bisognerebbe dopo 25 anni aprire una riflessione seria, approfondita e soprattutto senza pregiudizi.
Soltanto facendo pace con il proprio passato e anche con i propri errori un Paese può essere libero e forte per ricominciare.

anna.mossuto@gruppocorriere.it
www.annamossuto.it

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